Con il suo studio, Rizoma Architetture, Giovanni Franceschelli crea spazi per le persone, costruiti intorno ai loro bisogni. Luoghi dell’abitare in cui è dato grande spazio alla socialità. E in questa visione, l’integrazione con l’arte è quasi obbligata.
Ci racconta il suo percorso formativo e professionale come architetto?
La mia formazione si divide tra l’esperienza universitaria in Italia e un periodo fondamentale trascorso a Barcellona, dove ho frequentato un master al Politecnico di Catalunya. Sono stati oltre due anni molto intensi, arricchiti da esperienze lavorative e di ricerca che mi hanno profondamente formato. Quando ho deciso di rientrare in Italia, ho sentito l’esigenza di trasferire tutto ciò che avevo imparato nel contesto catalano in una realtà come quella di Bologna, diversa ma con molte affinità. Fin da subito il mio interesse si è concentrato sugli spazi pubblici, sui luoghi della socialità e dell’abitare. Anche l’università mi aveva già dato uno sguardo internazionale, rivolto all’Europa e oltre. Oggi, a quasi 25 anni di distanza, quella visione è parte integrante del DNA di Rizoma Architetture: uno studio con 32 professionisti, due sedi – Bologna e Milano – e un team composto da 9 nazionalità diverse, con un’età media molto giovane e uno spirito fortemente internazionale.
Quali sono i progetti tipici di cui si occupa il vostro studio?
Da circa 25 anni portiamo avanti una ricerca sui luoghi dell’abitare, che negli ultimi dieci anni si è tradotta in numerosi progetti di hospitality e housing condiviso. Siamo stati tra i primi a realizzare un cohousing in Italia, per la precisione in Emilia-Romagna. Oggi lavoriamo su diverse declinazioni dell’abitare: dallo student housing, per ragazzi giovanissimi, al senior living, rivolto a una generazione over 60. Il filo conduttore è sempre il comfort abitativo e la qualità degli spazi comuni, perché crediamo fortemente nel valore della socialità. Abbiamo definito il nostro approccio come “design for people”, perché i nostri lavori si basano su visioni aperte e flessibili. Che cambiano ogni volta in base alla comunità che abiterà quello spazio. In altre parole, i nostri progetti non si caratterizzano per uno stile riconoscibile o una formula replicabile, perché ogni luogo dell’abitare è diverso.
Che ruolo ha l’arte nei vostri progetti?
Negli ultimi dieci anni abbiamo quasi sempre coinvolto artisti nei progetti di hospitality e student housing, collaborando con realtà locali o promuovendo contest aperti anche al livello internazionale. È accaduto a Firenze, Milano, Roma e Torino. In quest’ultima città, per esempio, abbiamo lavorato a uno studentato nel quartiere San Salvario scegliendo di raccontare il contesto attraverso una narrazione artistica capace di dialogare con le criticità del territorio, una sorta di favola che potesse aiutare a migliorare il percepito di una zona che all’epoca era molto problematica. Per noi l’arte – soprattutto quella urbana e contemporanea – è un “extra layer” che si integra con l’architettura e l’interior design. Non è decorazione, ma uno strumento per raccontare la città e offrire alle persone uno sguardo diverso sulle tante trasformazioni in atto. L’arte diventa così un luogo di riflessione e un elemento identitario del progetto, un’esposizione aperta alla città che parla non solo alle persone che abitano lo spazio, ma anche a chi vi gravita intorno.
Come ha conosciuto Cinquerosso Arte, e cosa pensa dell’idea di arte accessibile per l’hospitality?
Con Cinquerosso Arte ci siamo conosciuti in occasione di eventi legati al mondo dell’architettura, del design e dell’arte. È nato subito un ottimo feeling. Credo molto nell’idea di rendere l’arte accessibile all’interno degli spazi della socialità come gli hotel, ma anche per gli studentati, che sono frequentati soprattutto da giovani generazioni esposte quotidianamente a stimoli creativi. Integrare architettura, arte e interior design è per me una scelta naturale, coerente con la mia storia personale e professionale. Sono molto contento di questo incontro e molto fiducioso che questa collaborazione possa generare progetti capaci di unire qualità progettuale e valore culturale.