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Giuseppe Barilaro crea per distruggere. Intervista dell'artista

Giuseppe Barilaro – Voglio lasciare tracce di vissuto

11 - 11 - 2023

Giuseppe Barilaro crea per distruggere, produce forme che poi lacera, perché quello che gli preme è esprimere il qui e ora dell’azione artistica. E si dice perfettamente felice quando un suo quadro viene lungamente discusso.

Giuseppe, qual è stato il tuo percorso fin qui?

Ho studiato all’Accademia di Belle arti di Catanzaro e mi sono laureato in Decorazione e Decorazione per arti sacre. Il seguito è arrivato in modo del tutto spontaneo; ho iniziato a dipingere in modo accademico, ma ben presto ho perso interesse e sono passato a studiare psicologia. Più tardi ho cominciato a frequentare gli obitori di Catanzaro assistendo a sessioni mediche, e lì mi sono innamorato del corpo umano con le sue patologie.

A un certo punto ho cercato di riversare tutto questo nell’arte. Parto dalle tecniche classiche, ovvero pittura a olio, acrilico, tempera, e soprattutto la composizione ortodossa, che comprende colore e forma, e dipingo in modo iperreale, dopodiché distruggo letteralmente il quadro con la combustione e vado a lacerare tutte le forme che avevo creato in precedenza.

Voglio che la pittura emerga da sola, in quello che rimane dopo la combustione. A questa pratica ho dato il nome di una patologia, la prosopagnosia:  l’individuo non riconosce il volto del soggetto e lo vede in modo diverso, oscurato, frammentato.

Come mai questa scelta?

Nella mia personale filosofia, il volto è l’unica parte vergine dell’essere umano. In una persona, il volto è ciò che è leggibile da tutti ed è sempre soggetto a giudizio.

Dopo aver distrutto il volto, utilizzo una “lava rossa”, il colore viene versato sul supporto e con la fiamma viene letteralmente bruciato, successivamente viene lacerato con la lama di un taglierino. La mia è un’azione artistica che ricorda quello che avviene in sala operatoria. Bruciando il colore, lo faccio addensare e poi lo taglio con il bisturi. Questa pelle rossa lacerata è un’esplosione da cui emergono altri colori.

Queste lacerazioni rimandano anche alla terra, ai solchi che vengono tracciati per le coltivazioni, tanto che ho creato una collezione di 15 quadri che ho chiamato “Tra l’aratro e la terra incolta”.

Che cosa ti spinge a dipingere?

Voglio lasciare tracce tangibili, nette e cattive. Sono convinto che l’arte debba cambiare alcuni codici. Le mie lacerazioni sono tracce di vissuto, che tengono conto di quello che succede nel mondo: quello che vedo è un’immensa distruzione, un po’ alla Schopenhauer. Mi affascina l’idea che nelle mie opere rimanga ben poco del soggetto. Che ci sia un matrimonio tra il soggetto stesso e l’atto distruttivo, qualcosa che – nella nicchia di un quadro – testimoni il fatto che “lì” è avvenuto qualcosa. Come per i solchi di cui parlavo prima, in cui c’è uno sposalizio e la terra attende l’acqua per germogliare.

L’arte per me deve abbandonare la retorica, non deve dire nulla, ma trovare il tempo esatto nel luogo giusto.

Normalmente si parla degli artisti come persone creative. Tu ti definisci più creativo o distruttivo?

Devo dire che a me non piacciono molto le parole “artista” e “creatività”. Preferisco essere in quel luogo con quell’oggetto, per qualcosa che sta per avvenire. Potrei definirmi alchimista, anche se è una parola piuttosto abusata. Se proprio devo definirmi, preferisco dire che sono un pittore. Quello che mi dà soddisfazione è sapere che un mio quadro ha trovato la giusta collocazione, ha trovato casa, magari in un contesto che non avevo previsto. Questo mi affascina dell’arte.

Quindi come immagini una tua opera in un’abitazione o in un albergo, per esempio?

È proprio quello che mi piace, perché vorrei che i miei quadri fossero difesi e discussi. Vorrei che le persone non si limitassero a guardarli. Per questo preferisco che vengano comprati da chi ha poche potenzialità economiche. Se un mio quadro viene acquistato da un collezionista finirà insieme ad altri quadri come oggetto da collezione, appunto. Invece a me affascina l’idea che un mio quadro sia lì davanti agli occhi mentre le persone sono a tavola, e diventi oggetto di discussione. Vorrei che portasse emozioni, sentimenti e quindi anche bisogno di parlare e condividere. In tutto questo, l’artista deve rimanere dietro le quinte, lasciando la scena al quadro stesso.

Che cosa pensi di Cinquerosso Arte?

È una meraviglia! Sono veramente innamorato delle persone che fanno parte del progetto e della loro produzione. E poi il clima che si respira è di grande affetto: quando sono stato a Bologna ho fatto il pieno di sorrisi.

Scopri le opere di Giuseppe Barilaro!

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