Daniela Colli ha iniziato lavorando alle grandi stazioni ferroviarie italiane e ora il suo studio opera principalmente nell’hôtellerie: tutte situazioni di passaggio, in cui è importante che la persona si senta accolta e possa vivere un’esperienza piacevolmente memorabile, anche grazie all’arte.
Daniela, ci può raccontare come è arrivata a occuparsi di interior design e hospitality?
Sono toscana, ma romana d’adozione. Mi sono laureata a Firenze e ho frequentato un master a Londra, con l’idea iniziale di rimanere all’estero. Poi ho iniziato a collaborare con alcuni studi romani e con realtà di rilievo come Grandi Stazioni Retail S.p.A., occupandomi della riqualificazione e della progettazione di stazioni ferroviarie.
È stata un’esperienza estremamente formativa. Ero molto giovane e mi sono trovata a lavorare su progetti di dimensioni davvero notevoli.
A un certo punto, quasi casualmente, ho iniziato a occuparmi anche di interior design, senza immaginare che sarebbe diventato il core business del mio studio.
Tutto è iniziato con alcuni progetti di bar all’italiana, da cui è nata successivamente la collaborazione con Nicolò Marzotto. Insieme abbiamo sviluppato il brand VyTA partendo da un’idea precisa: intercettare un nuovo modello di viaggiatore, più attento alla qualità, alla cura dei dettagli e al piacere di sostare. La stazione non veniva più considerata soltanto come un luogo di passaggio, ma come uno spazio da vivere, nel quale architettura, qualità dell’offerta e identità del luogo potessero dialogare.
Ho poi iniziato a lavorare su numerosi ristoranti e, successivamente, sono arrivate le prime esperienze nel mondo dell’hôtellerie, che oggi rappresenta una parte molto importante del lavoro dello studio. Attualmente collaboriamo con importanti catene alberghiere e realtà indipendenti, seguendo progetti a diversi livelli.
Qual è oggi la specificità del vostro lavoro?
La cosa più importante per noi è la capacità di trasformare ogni progetto in un racconto spaziale contemporaneo, costruito intorno all’identità del brand e al modo in cui immaginiamo che verrà vissuto dalla clientela.
Cerchiamo di progettare luoghi che non si limitino semplicemente ad accogliere, ma che sappiano suscitare sensazioni, sorprendere e, soprattutto, rimanere nella memoria. Questo è un aspetto per noi fondamentale.
Creare spazi memorabili è un processo complesso, perché dipende dall’insieme di moltissime scelte progettuali: la forza del contesto, il modo in cui la materia, il colore, la luce, le proporzioni e i dettagli entrano in relazione tra loro.
Cerchiamo di mettere insieme tutti questi elementi e raggiungere un equilibrio capace di costruire atmosfere riconoscibili, anche in relazione al brand che ci ha affidato il progetto. L’obiettivo è dare agli spazi un carattere autentico, ma anche duraturo.
Quanto è importante per voi la ricerca?
È un aspetto centrale del nostro lavoro. Facciamo molta ricerca e cerchiamo sempre di progettare qualcosa che non esista ancora, o comunque di reinterpretare gli elementi in maniera non convenzionale.
Questo vale anche per la scelta e l’utilizzo dei materiali. Molto spesso cerchiamo superfici nuove, qualcosa che non sia ancora stato visto, così come colori che non siano semplicemente legati a un trend del momento. Credo che questo sia fondamentale per sviluppare un progetto realmente innovativo e non soggetto a perdere attualità nel tempo.
L’arte ha un ruolo nel vostro lavoro?
Sì, certamente. Quando è possibile, ci occupiamo anche della gestione e della selezione delle opere d’arte.
Per me, infatti, è molto importante che l’arte diventi parte integrante del progetto e non un elemento aggiunto successivamente, perché deve contribuire a definire l’identità di uno spazio e a creare una relazione più profonda tra il luogo e chi lo vive.
Purtroppo capita ancora che le opere d’arte vengano scelte separatamente, senza un reale coinvolgimento dell’architetto o dell’interior designer, generando una forte disconnessione tra arte e spazio.
Come ha conosciuto Cinquerosso Arte e che cosa ne pensa?
Ho conosciuto Cinquerosso Arte in occasione dell’Hospitality Design Conference a Milano e ho trovato molto interessante il loro approccio al rapporto tra arte e interior design.
Quello che mi ha colpita è proprio l’idea di proporre l’arte non come un elemento aggiunto, ma come parte integrante del progetto. È molto vicino al mio modo di vedere le cose: l’arte deve essere in dialogo con l’architettura, con gli spazi e con l’identità dell’hotel.
Trovo particolarmente interessante anche il fatto che si avvalgano di artisti emergenti. È un aspetto che considero importante anche dal punto di vista del rapporto con il cliente: spesso ci troviamo infatti nella situazione in cui acquistare opere di artisti già molto noti può rappresentare un investimento economicamente non sostenibile.
La possibilità di valorizzare artisti emergenti crea quindi un equilibrio davvero interessante tra qualità, ricerca e investimento.