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alessia galimberti architetto studio di architettura

Alessia Galimberti – Arte e Architettura: una sinergia strategica

Architetto, designer, creatrice di gioielli, esperta di politiche urbane. Alessia Galimberti comprende in sé professionalità e competenze diverse, sottese da un principio: occorre esercitare un’estrema consapevolezza per trovare soluzioni davvero belle, utili e durevoli.

Alessia, qual è stato il suo percorso professionale fin qui?

Dopo la laurea in architettura e un dottorato in progetti e politiche urbane, ho iniziato il mio percorso professionale insegnando al Politecnico di Milano. L’interesse per la filosofia politica mi ha portata a collaborare con diversi esponenti istituzionali su progetti complessi, come l’Ecopass di Milano. Parallelamente, la passione per il design – radicata tanto nelle mie origini brianzole, quanto nella storia imprenditoriale della mia famiglia – mi ha spinta a coniugare l’urbanistica al design, nella convinzione che sviluppo territoriale e sviluppo economico siano processi inseparabili. Questa visione mi ha aperto le porte di importanti realtà aziendali, leader nel settore dell’arredamento, per le quali seguo la direzione artistica e l’immagine coordinata. 

Vent’anni fa ho fondato il mio studio, mantenendo la sede principale in Brianza: un territorio che mi permette di accompagnare i clienti all’interno delle aziende, per far vivere e toccare con mano ‘il saper fare’ e i processi di produzione, un plus che viene molto apprezzato perché viene considerato un canale diretto per mostrare la qualità dei prodotti. Oltre al design, il settore di attività principale dello studio è la progettazione architettonica e di interior di strutture ricettive per l’ospitalità. Questo lavoro si svolge anche nello studio di Shanghai, aperto con un socio, dove si sviluppano progetti per l’Hospitality e grandi mall. Sempre in Cina mi occupo di design del prodotto, in particolare di collezioni di gioielli e bottiglie di vino pregiate.

Insomma, davvero poliedrica. Si percepisce una grande energia dietro tutto questo.

Beh, devo dire che a me piace moltissimo il mio lavoro, lo considero un hobby e non mi stanco mai di approfondire e ampliare le mie conoscenze. Mi sono specializzata ormai da anni nello studio di materiali innovativi e sostenibili e cerco di mostrare le loro applicazioni nel mondo dell’architettura e del design, oltre al loro impatto ambientale. Questa sensibilità mi ha permesso di portare un approccio più responsabile anche in progetti specifici, come la suite che ho realizzato per MODE, Eco Mood Hotel di Rimini. https://www.modehotel.it/it_it/progetto/minimor/

A proposito di MODE, nel suo progetto c’erano anche opere d’arte ottenute con materiali di riciclo. Quale ruolo ha l’arte nel suo lavoro?

Sì, la suite è pensata come una piccola galleria, che riunisce artisti accomunati dalla poetica della sostenibilità e da un uso consapevole dei materiali di recupero.

L’inserimento di opere d’arte ottenute dalla trasformazione di scarti è una strategia per avere nuovi oggetti con un valore superiore rispetto all’originale, che caratterizzano gli ambienti. Un metodo molto congeniale al mio modo di fare architettura. Inoltre credo sia fondamentale donare ai clienti progetti che possano durare nel tempo e che siano sempre contemporanei.

Per spiegare questo approccio ricorro spesso all’immagine di Audrey Hepburn e del suo celebre tubino nero: un abito essenziale, che cambia completamente carattere a seconda degli accessori. Indossato con sneaker basse e una shopper diventa un outfit da giorno; abbinato a un paio di Chanel e a una borsa Hermès diventa elegante, quasi da cerimonia. Questo è il principio che applico alle architetture degli hotel: una base neutra e raffinata con linee da “vestire” con arredi, tessuti e opere d’arte, modulando l’identità dell’ambiente senza stravolgerne l’essenza.

Qual è il suo punto di vista sul rapporto tra arte e hötellerie?

Come accennavo, l’arte svolge un ruolo decisivo nel “vestire” l’hotel e nel definirne la sua personalità. Portare arte – e, più in generale, cultura – all’interno degli alberghi significa offrire agli ospiti un’esperienza che va oltre il semplice soggiorno: credo davvero che chi lascia una struttura debba portarsi qualcosa nel cuore, anche solo una suggestione.

Vorrei anche far notare che aprire gli hotel all’arte permetterebbe di attirare non solo chi vi alloggia, ma anche un pubblico esterno. Gli hotel, infatti, stanno diventando sempre più spazi pubblici, luoghi vissuti da chi entra per un caffè, a chi utilizza le aree comuni per un incontro di lavoro, o semplicemente da chi cerca un ambiente accogliente per trascorrere alcune ore alla ricerca di un po’ di relax.

Se l’hotel venisse concepito come una piccola galleria d’arte, molte persone si recherebbero per “visitarlo” e conseguentemente diverrebbe ‘la destinazione del viaggio’.

Che cosa pensa di Cinquerosso Arte?

Penso che il vostro sia un progetto davvero importante. Una galleria che lavora insieme a professionisti come architetti e designer crea una sinergia strategica per costruire qualcosa di diverso, e offrire anche un valore aggiunto al territorio. L’arte ha la capacità di evocare emozioni e suscitare curiosità, accendendo la nostra immaginazione e ampliando le nostre prospettive.

Leggi l’intervista a Erik Niessen Johansen!

simone gheduzzi architetto diverse righe

Simone Gheduzzi – L’Architettura è arte abitata

Presidente di diverserighestudio e Membro della Commissione Arte Pubblica, l’architetto Simone Gheduzzi è prima di tutto un intellettuale che crea connessioni tra saperi e forme artistiche per poi trasformarle in Architettura, con una convinzione: l’esperienza dello spazio deve permettere di sperimentare un altrove.

Siete presenti per la quarta volta alla Mostra Internazionale di Architettura – Biennale di Venezia, che cosa caratterizza il vostro studio di architettura?

Anche nel progetto Italia Infinita 2075, che potete visitare al Padiglione Italia curato da Guendalina Salimei, vedrete che quello che ci contraddistingue è la ricerca multidisciplinare che precede il progetto. Non ci limitiamo ad analizzare qualche caso studio, ma ci prendiamo il tempo necessario per approfondire l’argomento da punti di vista laterali e dialogando con il committente.

Questo lavoro, tra il trovare nel ricordo e parlare del futuro, tra fare stare nuovamente assieme arte e scienza permette di proporre una visione olistica ( come ai tempi del quadrivio ) che prevede la figura del committente in un ruolo attivo e non solo di ricevitore di proposte.

Ci siamo sempre distinti per una certa predisposizione, direi esigenza, a frequentare altre discipline, altri sguardi, oltre l’architettura. Citando Carmelo Bene che adoro per il suo essere artista, “non si può fare architettura dall’architettura”, come non si può fare danza dalla danza. O musica dalla musica, perché quello invece è il lavoro dei critici, mentre il nostro lavoro, quello di creatori, è quello di essere persone attente, capaci di captare delle forze, interpretarle e dargli forma. D’altronde Paul Klee diceva: “L’arte non riproduce ciò che è visibile, ma rende visibile ciò che non sempre lo è”.

Tale modo di essere richiede un profondo ascolto della realtà che ci circonda, diventa uno stile di vita; bisogna essere un’opera d’arte per creare un opera d’arte. Questa è la condizione che distingue i creatori di talento dai creatori volenterosi che si impegnano costantemente nel cercare di somigliare i primi ma conducendo invece una vita standard.

Chi sono i vostri clienti-tipo?

La ricerca del nostro studio ha fatto avvicinare clienti in sintonia con la nostra anima. Adesso lavoriamo tanto per fondazioni filantropiche che utilizzano l’architettura come mezzo per comunicare i loro benevoli fini. Queste fondazioni credono che l’architettura sia uno strumento dell’educare in grado di generare negli spazi un’identità e restituire alle persone che la abitano una qualità di vita superiore.

Non accade solo per chi si occupa di cultura, come nel caso di Fondazione Golinelli in Bologna con cui collaboriamo ormai dal 2013. Adesso per esempio stiamo lavorando nell’ospedale Policlinico Sant’Orsola per la Fondazione Policlinico Sant’Orsola che ha ideato il payoff “lo spazio che cura” nei progetti che sviluppiamo assieme. Esistono infatti dati scientifici che dimostrano come i pazienti rispondano meglio alle terapie se si trovano in un ambiente favorevole che tende al bello e apre l’immaginazione.

Che ruolo ha l’arte in questo?

È un discorso molto ampio, perché l’architettura è una disciplina sia artistica che scientifica, ma ha una peculiarità: l’architettura ospita tutte le altre arti. Fin dall’epoca classica l’architettura veniva pensata assieme alle opere d’arte che non erano un’aggiunta ma, utilizzando un parallelismo con la retorica, ne erano talvolta struttura grammaticale e sintattica e sempre figurae, ossia punteggiatura.

Quando immaginiamo uno spazio, lo immaginiamo con questa idea di relazione profonda tra architettura e arte. Per andare ancora più in profondità ho anche aperto una galleria in architettura, il cui nome è PIETRO, in cui risiedo con persone che producono opere d’arte e dove proseguo un lavoro iniziato in precedenza con un’altra associazione culturale che si chiamava lasantabarbara, ove avevo coinvolto tanti professionisti e artisti che partecipavano all’operazione di senso che precede la forma, in occasione di determinati progetti.

Che cosa pensa di Cinquerosso Arte?

Quando ho conosciuto Cinquerosso Arte ho percepito una dimensione di opportunità per i giovani artisti. Nel nostro paese non è affatto semplice per un artista trovare una posizione dalla quale poter dispiegare le proprie potenzialità. Cinquerosso Arte permette a questi artisti di esprimersi non solo nell’occasione di una mostra, ma dà loro la possibilità di commercializzare le opere, di far parte di una filiera concreta.

Nel caso degli artisti più giovani, può essere addirittura il primo passo per entrare nel mondo del lavoro, e dunque dell’espressione, e iniziare una carriera. Cinquerosso Arte crea uno spazio per chi non ce l’ha, esattamente come fanno gli architetti.

Leggi l’intervista all’Architetto Laura Verdi!

laura verdi architetto teamwork

Laura Verdi – Sostenibilità è benessere, del pianeta e delle persone

Architetto e giornalista, Laura Verdi è stata tra i protagonisti del progetto MODE, e prima ancora di DEMO, i due boutique hotel che hanno rivoluzionato il panorama dell’ospitalità a Rimini (e non solo).

Architetto, ci può parlare un po’ di lei?

Mi sono laureata in Architettura al Politecnico di Milano, e avendo anche la passione per la scrittura ho sempre collaborato con riviste di architettura. Oggi sono direttore editoriale e responsabile della rivista we:ll magazine, che si occupa a 360 gradi di hospitality, e naturalmente continuo a svolgere la professione di architetto.

Ci può raccontare come è nato il progetto MODE, e qual è stato il suo ruolo?

MODE nasce dopo l’esperienza di DEMO, altro boutique hotel di Rimini a cui ho collaborato. Entrambi hanno come ideatore Mauro Santinato, presidente di Teamwork, che è la più grande società di consulenza alberghiera in Italia.

L’idea innovativa di DEMO, e poi di MODE, è stata quella di contattare diversi studi di architettura e dare a ognuno la massima libertà espressiva nel progettare le suite e gli ambienti. Nel caso di DEMO, la richiesta era di interpretare il concetto di ospitalità. In quell’occasione ho avuto il piacere di coordinare i colleghi come project manager, oltre a progettare io stessa uno spazio a piano terra che si chiama Drama.

DEMO è stato un successo, tanto che nel 2025 Tripadvisor lo ha inserito nell’1% dei migliori hotel al mondo, e su Booking è risultato primo a Rimini per recensioni positive. Inoltre, in un anno abbiamo avuto più di 100 articoli pubblicati sulle riviste di settore.

Sulla scorta di questo successo è nato MODE. Questa volta ai 13 studi di architettura coinvolti è stato dato l’incarico di interpretare il concetto di sostenibilità. E ogni architetto ha dato la propria interpretazione, senza ripetizioni o banalità: non a caso si tratta di prestigiosi studi di architettura.

Per quanto mi riguarda, anche per MODE ho lavorato sia come direttore artistico e project manager sia come architetto.

Qual è la sua interpretazione del tema sostenibilità?

Io credo in una sostenibilità completa, che non sia solo greenwashing ma si basi su una visione globale. Per esempio, sostenibilità non significa solo utilizzare materiali naturali e demonizzare la plastica: anzi, secondo i principi dell’economia circolare occorre pensare all’intero ciclo di vita del prodotto. Motivo per cui in MODE abbiamo scelto solo prodotti con certificazione EPD (Environmental Product Declaration). Ben vengano quindi alluminio o PVC, che possono essere riciclati.

Ma soprattutto, per me la sostenibilità comprende due aspetti: da una parte l’impatto ambientale, e quindi l’utilizzo di materiali riciclati e il risparmio di risorse, e dall’altra il benessere delle persone.

Per MODE ho progettato l’ingresso, il bagno al piano terra, la lavanderia e tutte le aree di collegamento verticale, cioè scale e ascensore. Il mio progetto si chiama “Stai Cozy in una Second Life”, con un gioco di parole tra italiano e inglese che richiama proprio il binomio sostenibilità ambientale e sostenibilità per le persone.

Posso spiegare con un esempio quello che intendo: ho selezionato moquette realizzate con la plastica recuperata dagli oceani e allo stesso tempo mi sono concentrata sul benessere acustico, con materiali fonoassorbenti per ridurre il rimbombo negli spazi comuni, che crea disagio ai clienti.

Sempre per il benessere della persona, ho studiato le biogeometrie, ossia forme che agiscono sull’uomo facendolo sentire in armonia con l’ambiente, e ho inserito delle sinusoidi biogeometriche su una boiserie in legno di riciclo che ho posizionato all’ingresso. Sempre di riciclo è un meraviglioso mosaico con i colori del mare e del cielo, realizzato con scarti di piastrelle, così come riciclata è la plastica da cui è ricavato il feltro delle lampade che ho messo nei bagni.

Per gli spazi che ha progettato ha scelto opere di Cinquerosso Arte: su cosa si è basata la selezione?

Il concept di questi spazi è molto legato alla natura, perché parliamo di natura quando pensiamo alla sostenibilità ma anche perché la natura è fonte di benessere per l’uomo. Ecco quindi che ho voluto richiamare geometrie floreali, per esempio ricoprendo il soffitto con una tappezzeria che raffigura un campo di papaveri. O con un’altra tappezzeria originalissima disegnata dal mio collega Gian Paolo Venier di Otto Studio, che raffigura la sezione di una verza. Le lampade dei bagni, firmate Egoluce, si chiamano Flower, e per l’ingresso ho scelto Anaconda, una lampada iconica che ricorda una liana, sempre di Egoluce. Ed è qui che entra in gioco Cinquerosso Arte: per gli spazi comuni ho selezionato infatti opere con motivi floreali di Marcella Fierro, Silvia Lisotti e Rocco Casaluci, che enfatizzassero l’immersione in uno spazio naturale portando quel “plus” in più che può dare l’arte.

In che cosa consiste questo “plus” e qual è il suo peso nell’hötellerie?

La categoria degli hotel sta sempre più scegliendo soluzioni artistiche da inserire nei propri ambienti, un po’ per differenziarsi, un po’ perché la bellezza piace a tutti. E l’arte è bellezza allo stato puro. Oggi più che mai le persone con una certa sensibilità si accorgono dell’armonia, si accorgono della bellezza. Magari non sanno che cosa stanno guardando, però capiscono che c’è qualcosa di particolare. Possono decidere o meno di approfondire, di sapere qualcosa di più sull’artista, ma in ogni caso hanno ricevuto un messaggio e stanno meglio. Anche questo per me, come dicevo, è sostenibilità: benessere del pianeta e benessere delle persone.

Oggi nell’hötellerie c’è chi propone per esempio sessioni di yoga, chi offre Spa e fine dining con prodotti green e bio… sono trend in crescita in cui è ricompresa anche l’arte, perché l’arte fa davvero stare bene le persone.

Leggi l’intervista all’Architetto Emanuele Svetti!

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